LE PAROLE POSSONO GUARIRE

LE PAROLE CHE GUARISCONO

tratto  dal volume dell'A.M.C.O. “Dalla malattia al malato  “

 

 

Riportiamo alcuni brani di questo interessante articolo, scritto da un medico cardiologo americano,

che è stato pubblicato dall'Associazione nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri. 

Noi riteniamo che il medico debba sempre parlare delle possibili situazione nefaste con il proprio paziente .

Più volte Movimentosalute ha affrontato l'argomento della “MEDICINA NARRATIVA” sempre sottovalutato dai medici ed anche quello che riportiamo può, crediamo,

d'essere d'aiuto sia al paziente,  sia al medico che l'ha in cura, sempre utile per migliorare questo importante rapporto, che molte volte porta alla guarigione e non alla morte.

 

Il processo di guarigione richiede qualcosa di più della scienza: deve mobilitare le aspettative positive del paziente e la loro fiducia stimolante nel sostegno dei medici.

Poche cure sono più efficaci di una parola scelta attentamente: i pazienti, infatti, desiderano essere curati e la cura per lo più è dispensata dalle parole. 

Il colloquio, spesso terapeutico di per sé, è uno strumento troppo spesso sottovalulato, anche se l'esperienza medica è ricca di esempi sul potere risanatore delle parole...

Una volta finita la visita di un paziente con gravi problemi alle coronarie, lo invito ad entrare con il coniuge nel mio studio per una sintesi dettagliata della situazione.

Illustro con esattezza le possibili complicazioni e gli esiti del suo disturbo, compresa la possibilità di una morte improvvisa.

Per molti medici questo è un argomento tabù, ma mi è difficile immaginare che un paziente intelligente non sia consapevole di questa possibilità....

Per quanto abbia imparato moltissimo dal mio maestro DE LEVINE i miei migliori maestri sono stati i pazienti che mi hanno arricchito di esperienza clinica

e mi hanno insegnato la complessità della reazione alle parole del medico.

Mi sono reso conto che  UNA PAROLA DA NIENTE PUO' ESSERE FONTE D'INCORAGGIAMENTO E DI SPERANZA.

Anche se avevo utilizzato una parola con significato nefasto, il suo ruolo si rivelò decisivo nella guarigione.

 

 

 

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COME CURARE IL MAL DI SCHIENA

Mal di schiena, l’attività fisica per evitare che diventi cronico?

dr.Giuliano Sconsa

 

Nonostante il dolore, è bene, quando possibile, fare attività fisica

Così si potrebbe ridurre il rischio che il mal di schiena diventi cronico. È quanto conclude uno studio del Finnish Institute of Occupational Health di Helsinki (Finlandia)

che ha valutato questa riduzione tra l’11% e il 16% a seconda del livello di attività fisica praticata. 

«Quello che conta è il tipo di attività fisica che si svolge, di sport che si pratica e a quale intensità»,

spiega il dottor Cristiano Sconza, specialista in riabilitazione ortopedica .

L’attività fisica – suggeriscono i ricercatori – ridurrebbe l’intensità e la ricorrenza del mal di schiena,

quindi potrebbe contenere il rischio di sviluppare una forma cronica di mal di schiena. 

Oltre all’esercizio fisico e all’attività sportiva i ricercatori hanno preso in considerazione semplici attività fisiche

come il camminare e il fare le scale. 

Chi era attivo a livelli moderato o elevati poteva beneficiare di una riduzione del rischio

rispettivamente del 14% e 16% rispetto ai meno attivi. 

Non è emersa infine alcuna relazione tra i livelli di movimento fisico e il mal di schiena episodico o acuto.

In ogni caso, quando è possibile provare a continuare con il movimento fisico anche per evitare che il mal di schiena peggiori?

 «Le regole di base sono queste: si può e si consiglia di svolgere attività fisica, non durante o in vicinanza di periodi di dolore acuto e a carichi non elevati,

in particolare all’inizio; l’attività svolta dev’essere progressiva ed incrementale; bisogna impiegare le attrezzature idonee (ad esempio le calzature)», dichiara il dottor Sconza.

Naturalmente è importante il tipo di sport che si fa: «Il nuoto difficilmente potrà peggiorare una lombalgia:

l’acqua calda tende infatti a rilassare la muscolatura della schiena e l’attività si svolge con una netta riduzione del carico sulla colonna vertebrale.

Sebbene non ci siano forti evidenze scientifiche che indichino una sua superiorità sulle altre discipline,

è consigliabile il nuoto anche per chi pratica sport diversi e dovesse accusare mal di schiena».

Oltre al nuoto anche altre forme di movimento possono essere utili: «Discipline come yoga,

pilates e tai chi hanno dimostrato interessanti proprietà nel rilassare, e al contempo rinforzare la muscolatura della colonna,

e incrementare la percezione e controllo del movimento del soggetto».

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CUORE: nuovi farmaci

NUOVI FARMACI CHE TUTELANO LA SALUTE DEL CUORE

                                                                                                             da sanit.org

 

Al congresso della European Society of Cardiology di Barcellona, è stato presentato uno studio sull’efficacia di un nuovo farmaco per la salute del cuore.

Il medicinale in questione è una molecola chiamata canakinumab, un anticorpo monoclonale, già impiegato nel trattamento di malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide.

Lo studio, sponsorizzato dalla Novartis, ha dimostrato che tale molecola è in grado di ridurre la probabilità di un secondo infarto in chi ne ha già avuto uno grazie alla sua azione antinfiammatoria.

Circa diecimila pazienti di 39 Paesi in tutto il mondo, ad alto rischio perché già colpiti da infarto e con livelli elevati degli indici di infiammazione, hanno ricevuto la terapia standard,

ovvero statine per abbassare il colesterolo, oppure, in aggiunta, un’iniezione a cadenza trimestrale di varie dosi dell’anticorpo canakinumab.

A quattro anni di distanza, tra coloro che avevano ricevuto anche il nuovo farmaco, c’è stata una riduzione di circa il 15 % dei casi di infarto e ictus. 

In particolare, l’effetto è stato maggiore tra coloro che avevano assunto la dose intermedia del medicinale.

Per anni si è accusato il colesterolo “cattivo” di essere la prima causa di aumento del rischio di infarti, ma da tempo si ritiene che a incidere

nelle malattie cardiache sia anche l’eccesso di infiammazione, segnalato dalla presenza nell’organismo di molecole come la proteina C reattiva.

“Lo studio Contas ha dimostrato per la prima volta in modo deciso che l’infiammazione ha un ruolo importante nell’infarto” osserva Aldo Maggioni,

direttore del Centro Studi Anmco. “Confermando tra l’altro l’ipotesi di Attilio Maseri, uno dei primi cardiologi a sottolineare il ruolo dei processi infiammatori nelle malattie cardiache”.

“Il farmaco canakinumab è particolarmente costoso, ha degli effetti collaterali non trascurabili, dovuti al fatto che agisce sul sistema immunitario, e probabilmente è quindi solo adatto per un numero ristretto di pazienti” osserva Maggioni.

Movimento salute onlus è particolarmente sensibile a tutto quanto riguarda il cuore e le sue malattie.

Nel caso specifico sembrerebbe che questo nuovo farmaco possa aiutare le persone a non avere più degli infarti o ictus,

ma come avrete letto, oltre ad avere un alto costo, sembra che abbia anche altri effetti che

possono nuocere la nostra salute e di cui ancora non si conoscono le problematiche. 

Noi, da parte nostra continueremo a seguire questi studi ed appena avremo delle novità sarà nostra cura pubblicarle.

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ARTROSI ED ATRITI

Artrite e artrosi, qual è la differenza

da pagine mediche.it

 

Si tratta di due tra le più diffuse malattie reumatiche delle articolazioni, contraddistinte da dolore,

rigidità e limitazione dei movimenti, ma che sono differenti tra loro per natura ed età di insorgenza.

 

 

Che cos’è l’artrite

L’artrite, che colpisce in genere tra i 30 e i 60 anni, è una malattia autoimmune, una malattia infiammatoria cronica sistemica capace

di attaccare le articolazioni sia piccole sia grandi (che diventano dolenti, tumefatte e – nel corso del tempo – deformate)

ma che può coinvolgere anche altri organi e apparati. Calore e rossore sono segni distintivi dell’infiammazione.

Tra le forme più diffuse di artrite, tutte accomunate dal fatto che si attiva un processo infiammatorio a livello articolare, ci sono:

• artrite reumatoide: conseguenza di un attacco delle articolazioni da parte del sistema immunitario, non ha una causa unica

(un fattore ambientale potrebbe “ingannare” il sistema immunitario oppure modificare determinati antigeni che dovrebbero essere visti come propri da quest’ultimo);

• artrite gottosa: conseguenza di un aumento dei livelli sanguigni di acido urico che si raccoglie sotto forma di cristalli

all’interno delle articolazioni, in particolar modo nel piede, originando un’artrite decisamente violenta;

• spondiloartriti: tipologia di artriti contraddistinte dall’interessamento della colonna vertebrale e del bacino e dalla presenza di alcune condizioni non reumatiche.

Che cos’è l’artrosi

 

Diffusa soprattutto tra i 60 e gli 80 anni, l’artrosi è una malattia cronico-degenerativa (le origini vanno ricercate nell’usura e nell’invecchiamento delle articolazioni)

contraddistinta dall’assottigliamento della cartilagine articolare con conseguente deformazione ossea. 

La cartilagine rappresenta un tessuto che riduce l’attrito fra le ossa e che quando si deteriora perde la sua elasticità, diventando più rigida e più danneggiabile.

Oltre al deterioramento della cartilagine, i tendini e i legamenti dell’articolazione si infiammano provocando dolore. 

 

Quali sono le giunture più colpite? 

 

Sicuramente quelle che risultano più sollecitate dal peso e dall’attività: le mani, le ginocchia, i piedi e la colonna vertebrale. Dolore,

rigidità e limitazione nell’utilizzo dell’articolazione rappresentano i sintomi più comuni dell’artrosi.

La terapia farmacologica, volta a ridurre il dolore e la sintomatologia disfunzionale comprende l’utilizzo di farmaci

anti infiammatori di tipo non steroideo (es. acido acetil salicilico, diclofenac, nimesulide etc.), analgesici a base di tramadolo-paracetamolo,

la terapia infiltrativa locale con farmaci corticosteroidei, la viscosupplementazione con acido ialuronico

e altre opzioni quali la terapia condroprotettiva orale a base di glucosamina e condroitinsolfato.

 

 

 

QUALI TRATTAMENTI SI POSSONO FARE

 

Il trattamento di tipo non farmacologico della gonartrosi comprende il calo ponderale, esercizio fisico mirato e un programma fisiokinesiterapico di supporto.

 La terapia farmacologica, volta a ridurre il dolore e la sintomatologia disfunzionale comprende l’utilizzo di farmaci anti infiammatori di tipo non steroideo

(es. acido acetil salicilico, diclofenac, nimesulide etc.), analgesici a base di tramadolo-paracetamolo, la terapia infiltrativa locale con farmaci corticosteroidei,

 

la viscosupplementazione con acido ialuronico e altre opzioni quali la terapia condroprotettiva orale a base di glucosamina e condroitinsolfato.

Nei casi avanzati di artrosi si ricorre al trattamento chirurgico con interventi sia di tipo mini invasivo, quali il lavaggio articolare e il debridement artroscopico,

la sostituzione protesica articolare, e gli innovativi trattamenti quali l’impianto di condrociti (cellule cartilaginee) e la riparazione cartilaginea tramite utilizzo di cellule mesenchimali (cellule staminali).

 

Terapia innovativa per il trattamento dell’artrosi: 

infiltrazioni intra-articolari di gel di polinucleotidi.

 

Di recente e’ stato introdotto un nuovo concetto di viscosupplementazione articolare per il trattamento dell’artrosi, tramite l’utilizzo di GEL di Polinucleotidi (PDRN).

Indagini di farmacologia sperimentale eseguite in vitro hanno dimostrato che le molecole PDRN presenti nelle composizioni hanno un’importante azione trofica

su colture primarie di cellule sinoviali, condrociti e biopsie cartilaginee, questa osservazione e’ coerente con l’osservazione clinica che i risultati

delle attivita’ di dette composizioni possono migliorare e mantenere nel tempo un buon compenso clinico funzionale dell’articolazione,

a differenza dei risultati prodotti dall’acido ialuronico che sono piu’ limitati nel tempo.

Il trattamento consiste nella somministrazione intra-articolare di 1 fiala di PDRN a dosaggio 20 mg/ml con cadenza settimanale per 5 volte.

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L'OBESITA' E' IN AUMENTO

 Combattiamo l’obesità insieme

 

E’ la campagna di sensibilizzazione promossa dall’European Association for the Study of Obesity (EASO)

nell’ambito della European Obesity Day, la Giornata Europea dell’Obesità che si è celebrata il 20 maggio

in collaborazione con comunità mediche, associazioni di pazienti e istituzioni.

L’obiettivo è di informare il maggior numero possibile di persone sull’urgenza di combattere l’obesità,

dando voce a tutti coloro che soffrono di problemi legati al peso eccessivo.

 

Gli obesi in Italia

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 1,9 miliardi di persone in sovrappeso, di cui 600 milioni obesi. 

Un’indagine EASO rivela che in Italia gli obesi sono 6 milioni; oltre un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso (35,3%),poco meno di una persona su 10 è obesa (9,8%) e – a causa di complicanze legate alla malattia - una persona ogni 10 minuti muore (57mila decessi all’anno e oltre mille a settimana).

Le regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone di 18 anni e oltre obese (Molise 14,1%, Abruzzo 12,7% e Puglia 12,3%)

e in sovrappeso (Basilicata 39,9%, Campania 39,3% e Sicilia 38,7%) in confronto alle regioni settentrionali, che mostrano dati più bassi di prevalenza di obesità

(Lombardia 8,7%, Piemonte 8,9%) e sovrappeso (Valle d’Aosta 30,4%, Lombardia 31,9%).

Risulta in sovrappeso il 44% degli uomini rispetto al 27,3% delle donne e obeso il 10,8% degli uomini rispetto al 9% delle donne. 

Il sovrappeso passa dal 14% della fascia di età 18-24 anni al 46% tra i 65-74 anni, mentre l’obesità dal 2,3% al 15,3% per le stesse classi di età.

Percentuali alla mano, l’obesità non rappresenta solo un problema medico e sanitario, ma anche un costo importante per il Sistema Sanitario Nazionale:

si calcola che nel 2012 questa condizione sia stata responsabile del 4% della spesa sanitaria italiana. 

Ciò anche a causa della comorbidità (la coesistenza di più patologie differenti in un unico individuo): sovrappeso ed eccesso ponderale sono responsabili

di circa l’80% dei casi di diabete, del 55% dei casi di ipertensione e del 35% di quelli di tumore e di cardiopatia ischemica.

La colpa, spesso, risiede nella poca propensione alla prevenzione e nella scarsa attenzione nei confronti di uno stile di vita adeguato a ridurre il rischio delle malattie croniche non trasmissibili come è, appunto, l’obesità.

 

L’obesità è curabile

 

L’obesità è una malattia curabile - spiega Michele Carruba, direttore del Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità dell’Università degli Studi di Milano

- ed è indispensabile avviare una serie di attività volte da un lato a sensibilizzare la popolazione sull’importanza della prevenzione,

dall’altro a rendere consapevole la classe politica e dirigente che affrontare l'epidemia di obesità non è più procrastinabile”.

Affinché ciò sia possibile - suggeriscono gli specialisti - occorre partire dalla creazione delle “Obesity Unit”,

veri e propri centri di riferimento con un approccio multidisciplinare dove il paziente obeso possa essere seguito

in ogni aspetto della cura da esperti dietologi, nutrizionisti, psicologi e chirurghi.

 

Da quando è nata, l’Associazione onlus MOVIMENTO SALUTE ha sempre avuto tra i suoi principali obiettivi,

proprio quello di combattere l’obesità, dando consigli sulla alimentazione da tenere, senza grossi sacrifici e costi.

Ma purtroppo abbiamo notato che poche sono le persone che ci sostengono in questa campagna

ed invece troviamo generalmente solo tanto poco interesse sull’argomento ed indifferenza.

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IPERTENSIONE

Ipertensione Arteriosa

da paginemediche.it

 

L'ipertensione arteriosa consiste nell'innalzamento della pressione del sangue sulle pareti delle arterie oltre i valori normali.

L'ipertensione arteriosa è una condizione potenzialmente pericolosa per l'organismo e costituisce un fattore di rischio cardiovascolare.

La pressione sanguigna è un valore che dipende dal rapporto tra la quantità di sangue che il cuore pompa al minuto e la resistenza arteriosa,

ovvero la pressione esercitata dalle pareti delle arterie sul flusso sanguigno. 

Se uno di questi due valori si alza, aumenterà anche la pressione, come durante un intenso sforzo fisico, oppure quando le arterie non sono abbastanza flessibili o elastiche. 

La pressione arteriosa ha un valore massimo quando il cuore si contrae (sistole) ed uno minimo quando si rilassa riempiendosi di sangue (diastole).

In condizioni normali, la pressione sistolica (o Massima) è al di sotto dei 120 mmHg e la pressione diastolica (o Minima) e al di sotto degli 80 mmHg.I sintomi della pressione alta

La maggior parte degli ipertesi non presenta sintomi specifici, questo è il motivo per cui è stata soprannominata “killer silenzioso”.

Alcuni segni dell'ipertensione non controllata possono essere: il mal di testa localizzato dietro la nuca, che si manifesta di mattina

quando ci si sveglia e scompare spontaneamente dopo alcune ore, i capogiri, le palpitazioni, l'affaticamento, la perdita di sangue dal naso (epistassi), i disturbi della vista e l’impotenza. 

I campanelli d'allarme più drammatici sono le aritmie cardiache, gli attacchi transitori di ischemia cerebrale (TIA), epistassi, emorragia sottocongiuntivale.

 

Ipertensione arteriosa: epidemiologia

 

Si stima che l'incidenza dell'ipertensione sulla popolazione italiana sia del 25% (circa 15 milioni), di questi solo il 50%

sa di essere iperteso, e più del 60 % non raggiunge target pressori adeguati con la terapia prescritta, nonostante sia in cura da un medico. 

Tra i fattori di rischio per la mortalità per malattie cardiovascolari, l’ipertensione spiega il 40 % dei decessi per ictus e il 25 % di quelli

per malattia coronarica. Per quanto riguarda i valori pressori e la distribuzione, secondo i dati di una indagine condotta dall’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare

tra il 2008 e il 2012 in tutte le regione d’Italia, la pressione sistemica (Pas) media è di 134mmHg negli uomini e 129 mmHg nelle donne tra i 35 e i 79 anni;

i valori, sempre più alti negli uomini rispetto alle donne, sono più elevati al Nord e al Sud rispetto al Centro

La pressione diastolica (Pad) mostra un andamento analogo. Complessivamente più del 50% degli uomini e più del 40% delle donne sono ipertesi;

si discostano da questi valori solo le donne dell’Italia centrale (38%). Anche per quanto riguarda il trattamento antipertensivo il quadro appare migliore per le donne:

gli uomini sono più trattati perché maggiore è la prevalenza dell’ipertensione, ma le donne ipertese non trattate sono di meno (33%) rispetto agli uomini ipertesi non trattati (43%). 

Questo andamento è simile in tutte le regioni d'Italia; da notare che la proporzione di uomini ipertesi trattati è maggiore al Sud (ipertesi trattati 64%, ipertesi non trattati 36%, rispetto al 56% e al 50% degli uomini ipertesi che sono trattati al Centro e al Nord).

Le situazioni di tensione sono assolutamente da evitare per prevenire la pressione alta. 

Queste, infatti, provocano una risposta ormonale che prepara il corpo l’azione, il battito del cuore aumenta e una maggiore quantità di sangue viene pompata dal cuore.

Se questa condizione è prolungata nel tempo provoca degli effetti nocivi tra cui l’incremento della pressione sanguigna. 

Per queste ragioni, è fondamentale imparare delle strategie di gestione dello stress, facendo esercizi di rilassamento e riposando a sufficienza.

In generale, uno stile di vita salutare è fondamentale per tenere la pressione sotto controllo, per prevenire i rischi cardiovascolari e curare livelli di pressione alta:

evitare il fumo, mangiare cibi ricchi di vitamine e fibre, assumere poco sale, fare attività fisica regolare, evitare lo stress e controllare il peso. 

Secondo diversi studi clinici, i cambiamenti nello stile di vita aiutano concretamente a controllare la pressione del sangue,

sia in associazione alla terapia farmacologica sia in sua assenza.

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ALZHEIMER

ALZHEIMER

 

Questa malattia che colpisce soprattutto gli anziani,

sembra sia prodotta dalla mancanza della DOPAMINA.

MOVIMENTO SALUTE vi spiega cosa produce nel nostro organismo

la mancanza di Dopamina e come può essere aumentata per evitare di ammalarci di Alzheimer.

 

Innumerevoli sono gli effetti che questo ormone produce nel nostro organismo. 

Vi indichiamo i principali.

 

controllo del movimento: la dopamina è fondamentale per consentire un corretto equilibrio dell'attività motoria. Bassi livelli di quest'ormone sono all'origine del morbo di Parkinson, mentre  un' eccessiva secrezione di dopamina provoca l'insorgenza di tic nervosi

sensazione di piacere: è sicuramente la funzione più nota della dopamina. Questo mediatore chimico è in grado di rilasciare una sensazione di benessere psicofisico e profondo appagamento

meccanismo della ricompensa: la dopamina predice la ricompensa, nel senso che ci dà la giusta motivazione per raggiungere i nostri obiettivi

inibizione della produzione della prolattina: quest'ormone è in grado di inibire la secrezione di prolattina da parte del lobo anteriore dell'ipofisi. In questo caso, la dopamina prende il nome di Pif (fattore inibente la prolattina)

attenzione: bassi livelli di quest'ormone sono associati a distrazione e incapacità di concentrarsi

memoria: la dopamina è fondamentale soprattutto per stimolare la cosiddetta 'memoria di lavoro', cioè quella parte della memoria a breve termine che ci consente di immagazzinare ed elaborare dati e concetti fondamentali nelle nostre attività quotidiane

apprendimento: alti livelli di dopamina sono associati ad un'elevata capacità di apprendimento, favorita anche dalla stimolazione della memoria

sonno: quest'ormone regola il ritmo circadiano dell'organismo, favorendo l'alternanza sonno/veglia

umore: così come la serotonina, questo neurotrasmettitore è in grado di influire sul tono dell'umore, determinando uno stato di generale benessere psico/fisicoDopamina, 

           Come si produce naturalmente

La dopamina endogena, cioè quella naturalmente prodotta dal nostro organismo, non può essere aumentata per via orale, poiché questa molecola non è in grado di oltrepassare la barriera emato-encefalica, che divide il sangue dal sistema nervoso centrale.

Pertanto, per aumentare i livelli di questo mediatore chimico, occorre somministrarla direttamente sotto forma di farmaco, oppure assumere sostanze che ne mimino l'azione o ancora molecole che ne favoriscano la secrezione.

In maniera molto schematica e semplicistica, il processo chimico attraverso cui si giunge alla produzione di dopamina è caratterizzato da una serie di reazioni, che si susseguono secondo lo schema  seguente:

                   fenilalanina –> tirosina –> levodopa –> dopamina

Attraverso i farmaci, si interviene generalmente sui livelli di levodopa, mentre con l'alimentazione possiamo aumentare la tirosina o la fenilalanina, amminoacidi in grado di stimolare la sintesi della dopamina

 

Farmaci e dopamina

 

A livello farmacologico la sostanza più utilizzata è senza dubbio la levodopa, amminoacido intermedio che è in grado di sintetizzare la dopamina. Come coadiuvante nella terapia antidepressiva, contemporaneamente alla levodopa, occorre sempre somministrare  la carbidopa, per evitare che la sintesi della dopamina avvenga nel sistema circolatorio, producendo effetti indesiderati quali stati di nausea e vomito. 

 

Ma prima di assumere qualsiasi farmaco è sempre opportuno rivolgersi al proprio medico di fiducia,

che saprà indicarvi i farmaci più adatti al vostro organismo .

Ognuno di noi è diverso dagli altri. 

Movimento salute vi consiglia mai di  curarvi da soli, il farlo 

potrebbe anche essere molto pericoloso.

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LE EMORROIDI

EMORROIDI: I 7 RIMEDI NATURALI PIÙ EFFICACI

 

Le emorroidi sono un disturbo che tende a recidivare.

Esistono però i magnifici 7, rimedi efficaci che possono aiutare a lenire,

ma anche a prevenire la problematica in modo del tutto naturale.

da cure-naturali.it diElisabetta Milani

 

  1. L’Alimentazione in caso di emorroidi

 

L’alimentazione rappresenta la prima “cura” per favorire la disinfiammazione delle emorroidi e il loro riassorbimento. Bisogna evitare il consumo di alimenti raffinati, cibi piccanti, paste particolarmente elaborate con sughi, caffè e alcol.

Favoriamo invece l’integrazione di frutta e verdura, succhi e centrifugati di frutti di bosco come mirtilli, ribes, more, che contengono proantocianidine in grado di ridurre le emorroidi e sollecitare la risalita venosa.

E’ consigliabile anche favorire il transito intestinale con il consumo di fibre, semi di lino e semi di chia che ammorbidiscono le feci.

 

2. Vite Rossa per combattere le emorroidi

 

La Vite Rossa svolge azione astringente grazie alla sua componente tanninica. E’ un rimedio ricco di flavonoidi, vitamina C, in grado di proteggere i capillari e rafforzare le pareti venose. La Vite Rossa è anche un efficace antiossidante e combatte l’invecchiamento cellulare. E’ impiegata per contrastare l’insufficienza venosa degli arti inferiori, varici, emorroidi. In commercio si trova sia in infuso, sia in estratto secco.

 

3. Ippocastano per assorbire le emorroidi

 

L’ippocastano, come la Vite Rossa, è un rimedio efficace per contrastare l’insufficienza venosa, la sindrome varicosa, emorroidi. Questo rimedio è ricco di escina, flavonoidi, tannini, proantocianidine oligomeriche, grazie ai quali svolge un’attività vasoprotettiva, antiinfiammatoria e antiedematosa. In commercio possiamo trovarlo in gemmo derivato.

 

4. Centella per proteggersi dalle emorroidi

 

La Centella Asiatica svolge un’azione antinfiammatoria, capillarprotettiva, cicatrizzante e riepitelizzante, grazie alla presenza di triterpeni, flavonoidi e saponine. Questo rimedio è consigliato in caso di ulcere varicose, insufficienza venosa cronica ed emorroidi. In commercio la troviamo in infuso e in estratto secco.

 

 

5. Amamelide per disinfiammare le emorroidi

 

L’Amamelide è un vasoprotettore e flebotonico, per la sua ricca componente di tannini, principi attivi dalle proprietà astringenti. Possiede proprietà antinfiammatorie grazie alla presenza di flavonoidi che supportano il tono delle pareti venose e svolge un’attività antiemorragica, per questo indicata in caso di flusso mestruale molto abbondante.

L’utilizzo dell’Amamelide è facilmente declinabile in varie modalità e sia per uso interno sia per uso topico: in commercio la troviamo in taglio tisana, in tintura per assunzione con acqua. Per uso topico la mucillagine di amamelide è da applicare direttamente sulla parte, anche più volte al giorno. La mucillagine è cicatrizzante, aiuta ad arrestare il sanguinamento e lenitiva contro il prurito.

 

6. Aloe Vera per lenire le emorroidi

 

L’Aloe Vera possiede innumerevoli virtù. E’ un antinfiammatorio di tutto l’apparato gastrointestinale, coadiuva la digestione, favorisce il transito intestinale e sostiene il sistema immunitario. Esplica un’azione emolliente a livello intestinale. Ricca di mucillagini ammorbidisce le feci, rinfresca l’intestino e disinfiamma il colon. 

Può essere applicata anche a livello topico sotto forma di gel, con un effetto cicatrizzante e disinfiammante.

 

7. Calendula per disinfettare le emorroidi

 

La calendula è ricca di saponine, mucillagini, carotenoidi, vitamina C, flavonoidi. L’infuso di calendula può essere utilizzato per lavande locali utili a lenire i disturbi da emorroidi interne ed esterne. 

Svolge un’azione lenitiva, cicatrizzante e antibatterica. In commercio possiamo trovare la calendula in crema o unguento contro il sanguinamento da emorroidi, per ammorbidire e lenire le mucose. 

E’ utile anche in caso di ragadi poiché ne riduce la profondità fino ad una completa rimarginazione.

 

 

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FUOCO DI SANT'ANTONIO- HERPES ZOSTER

Una malattia che ritorna nella terza età

 

IL FUOCO DI SANT’ANTONIO ( HERPES ZOSTER)

 

 

E’ questa una malattia  tipica degli anziani, soprattutto per quelli che da bambini hanno contratto la varicella.

Generalmente si verifica quando il corpo di un individuo, per tutta una serie di motivi, riduce le sue sorveglianze immunitarie ed improvvisamente,

dopo anche 50 anni dalla varicella, esplode con virulenza.

Come si verifichi l’herpes zoster è semplice, visto che lo scrivente lo ha purtroppo sperimentato per ben due volte. 

Improvvisamente la persona colpita da questa malattia, avverte un notevole prurito sulla pelle, generalmente sul torace o sulla aerea trigemine

( la fronte ed il cuoio capelluto) , ma anche spesso sulla schiena e sugli arti (braccia).

Si pensa all’inizio a qualche cibo avariato che si è ingerito che ha portato qualche allergia,

ma dopo qualche giorno questi fastidiosi e dolorosi pruriti invece di diminuire aumentano,

con una serie di  arrossamenti estesi sulla pelle, sino poi alla comparsa successive, di piccole  vescicole purulenti .

A  questo punto è importantissimo che  il paziente si rivolga al più presto al suo medico di fiducia,

che verifica immediatamente, senza alcun esame l’esistenza del virus.

Il decorso della malattia dipende però dalla tempestività della diagnosi e della terapia da prendere.

Essa consiste essenzialmente con un farmaco per bocca chiamato ACICLOVIR accompagnato da una pomata contenente antivirali.

Non si devono prendere assolutamente delle pomate a base di cortisone.

Agendo in questo modo tempestivamente, le pustole si riducono in maniera decisa nel giro di una settimana, mentre il prurito, rimane ancora per qualche mese.

Purtroppo  la presenza di queste vesciche purulenti,  rendono necessaria la fasciatura ed il cambio almeno di due volte al giorno delle stesse. 

Cosa molto fastidiosa, soprattutto quando si deve ricorrere ad aiuti esterni per la posizione stessa delle vesciche.

Secondo i dermatologi ,l’Herpes Zoster però non è contagiosa e le persone che sono vicine al malato non rischiano di prendere questa malattia.

Il problema, come nel mio caso, sono le ricadute che possono avvenire anche dopo anni dalla prima.

In questi casi si deve ripetere immediatamente l’intera terapia farmacologica.

                                                                                    R.G.Bijno

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RIFLUSSO GASTRICO

Reflusso gastroesofageo (MRGE)

 

La malattia da reflusso gastroesofageo (in sigla MRGE) è un complesso di sintomi costituito dal fenomeno del reflusso,

ossia dal passaggio di parte del contenuto gastrico in esofago tale da determinare sintomi secondari con delle irritazione alla mucosa esofagea. 

Normalmente, in condizioni normali, si verificano diversi episodi di reflusso quotidianamente: nei soggetti sani si possono avere in media da 1 a 4 episodi postprandiali all'ora. 

Inoltre, le persone in sovrappeso e le donne in gravidanza sono maggiormente predisposte al reflusso che, tuttavia,

diviene patologico quando è di durata e frequenza tali da provocare la comparsa di sintomi o da causare lesioni della mucosa esofagea.

 

Terapia della malattia da reflusso gastroesofagea 

 

La terapia medica  si basa sull’uso, in casi non gravi, di farmaci che riducono o bloccano la secrezione gastrica:

H2 antagonisti (tipo ranitidina) e gli inibitori della pompa protonica (tipo omeprazolo) associati spesso a farmaci procinetici impiegati

per migliorare lo svuotamento dell'esofago e dello stomaco, impedendo il reflusso di materiale dopo i pasti.

Ma se si mantiene una alimentazione equilibrata, evitando cibi e sostanze potenzialmente reflussogene

(caffè, cioccolata, menta, ecc.),

mantenendo il peso forma, e soprattutto evitando il fumo in modo costante e prolungato 

e soprattutto senza l’uso di farmaci, si ottiene una notevole riduzione del  reflusso gastrico.

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INSUFFICIENZA CARDIACA

INSUFFICIENZA 

 CARDIACIA

 

Cosa significhi avere dei problemi cardiaci,

come uno scompenso, è dovuto al fatto che il cuore non pompa più sangue come dovrebbe. 

 

 

 

  Questa ormai diffusa malattia delle arterie è dovuta principalmente da un restringimento di alcuni vasi sanguigni, causati generalmente da una ipertensione, tipica di tutti coloro che lavorano in proprio e sono maggiormente soggetti a stress.

Per la persona che ha questi problemi, diventa quindi difficile  e faticoso compiere tutte quelle attività fisiche abituali, come correre, fare ginnastica, effettuare lavori artigianali, portare pesi, fare la pulizia di casa ecc.

Generalmente chi  inizia ad avere questi sintomi sente una mancanza di fiato, qualche difficoltà respiratoria, sopratutto di notte, degli accessi di tosse ed anche degli episodi di vertigine e una difficoltà maggiore a camminare correttamente.

Se il cuore non funziona come dovrebbe, si ha come conseguenza, che il nostro organismo riceva una  minore quantità di sangue e di conseguenza anche una diminuzione d’ossigeno nel nostro organismo.

Uno degli organi che ne risentono quasi subito sono i reni, che non riuscendo più ad eliminare gli eccessi di liquidi, possono provocare rigonfiamenti alle caviglie ed analogamente anche il nostro cervello ne risente.

Dicevamo prima dell’ipertensione, che ha come effetto un aumento della pressione sanguigna e quindi il cuore deve lavorare di più provocando un ispessimento del muscolo cardiaco che danneggia il cuore impedendogli di svolgere il modo usuale il suo lavoro.

Un altro problema che tutto questo determina, è l’indebolimento delle valvole cardiache che regolano l’afflusso di sangue nel nostro organismo.

Se una di queste non si apre completamente o non si chiude completamente (fibrillazione atriale) il cuore deve lavorare di più per riuscire a spingere il sangue, utilizzando un passaggio più piccolo e questo aumento di lavoro del cuore, a lungo andare, lo indebolisce maggiormente.

Se una persona avverte dei sintomi simili a quelli sopra descritti, deve al più presto possibile farsi visitare da un medico cardiologo,

che provvederà a fare tutta una serie d’esami per comprendere meglio la natura dei suoi problemi cardiaci e di conseguenza potrà dare al paziente le indicazioni

ed i farmaci necessari per non peggiorare la situazione.

Ma oltre a dover prendere tutta una serie di medicine (spesso per tutta sua vita) , egli dovrà necessariamente modificare il suo stile di vita controllando maggiormente anche la sua alimentazione giornaliera.

I consigli più significativi riguardano quindi un riposo maggiore, una diversa programmazione delle sue attività e soprattutto riuscire ad eliminare completamente il fumo ( se ne fa uso)riducendo anche il peso eventuale in eccesso e mangiando dei cibi contenenti meno grassi e meno sale.

La cosa però  più importante è quella di continuare a farsi periodicamente controllare dal medico cardiologo che lo ha in cura,

in quanto sono sempre possibili degli aggravamenti e come tali, devono permettere al cardiologo di trovare delle nuove soluzioni o dare altre cure particolari.

Non effettuando i controlli periodici , la persona rischia maggiormente di avere un ictus o un infarto con le gravi conseguenze che questo comporta.

 

Movimentosalute onlus, è sempre a disposizione gratuitamente dei suoi associati per dare eventuali ulteriori consigli,

soprattutto sull’alimentazione da prendere; 

basta mandare una mail a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

R.G.BIJNO

 

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Come è fatto il nostro cuore

COME FATTO IL NOSTRO CUORE

          Per vivere sani e tranquilli

 

   CONOSCERE PER PREVENIRE

          tratto dal libretto pubblicato da Roberto G.Bijno 

         ex presidente “Amici del Cuore Piemonte” da lui fondato 

presso l' Ospedale Molinette di Torino- Cardiologia2

 

 

Il cuore è in pratica una pompa che nasce con noi e ci segue per tutta la vita. É stato calcolato che durante la vita media di una persona, il cuore esegue oltre 3 miliardi di battiti:

un lavoro inimmaginabile che il nostro corpo compie senza mai fermarsi, senza mai perdere un colpo, una macchina perfetta, superiore certamente a qualsiasi motore che l’uomo sia mai riuscito a costruire.

  Il nostro cuore pompa di media, oltre 8000 litri di sangue al giorno.

Questo significa anche che in un solo anno ne pompa oltre 3.000 tonnellate.

Il cuore è costituito da uno speciale tessuto muscolare chiamato il “miocardio” che è formato da quattro cavità che sono chiamate:

• atrio destro e atrio sinistro

• ventricolo destro e ventricolo sinistro

Il sangue che proviene, attraverso le vene entra nell’atrio destro e poi viene spin- to nei nostri polmoni per essere ossigenato.

Terminata questa operazione il sangue entra nell’atrio sinistro, passando nel ventricolo sinistro

e poi successivamente in tutto il nostro corpo.Le arterie che devono svolgere tutto questo enorme lavoro di “miscelazione” sono chiamate coronarie e sono tre.

 

 

                                    Le statistiche sull’infarto

In tutto il mondo le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte e la quinta causa di malattia.

 

Quindi più pericolose del cancro, se si può fare una graduatoria di questo genere. Contrariamente a quanto si possa pensare, le malattie cardiovascolari rappresenta- no oggi la principale causa di morte nelle donne e ogni anno muoiono per problemi cardiaci più donne che uomini. In realtà, fino all’età della menopausa la donna risulta protetta dalle malattie cardiache; dopo i 50 anni si assiste invece a un progressivo aumento dell’incidenza di tali malattie nella popolazione femminile. 

Dai settanta anni in poi, però, la mortalità e la morbidità (cioè il numero di malattie non fatali) cardio- vascolari nei due sessi tendono ad eguagliarsi.

 

In Italia

 

I valori di mortalità più alti si registrano nell’Italia del Nord, quelli più bassi nell’Ita- lia del Centro e del Sud, con una differenza che era molto elevata agli inizi degli anni ‘70,

ma è andata riducendosi gradualmente, fino a minimizzarsi all’inizio degli anni ‘90. L’Istat nel 1994 ha effettuato una indagine particolareggiata sulle condizioni di salute della popolazione,

valutando anche la diffusione delle malattie cardiovascolari (iper- tensione arteriosa, infarto del miocardio, angina pectoris, ecc.). 

Le percentuali più elevate di persone con infarto del miocardio si hanno in Friuli-Venezia Giulia,Liguria e Umbria (tutte con 2,1%). La percentuale più bassa,invece,spetta alla Puglia (con 0,7%). 

 

Per quanto riguarda l’angina pectoris la percentuale più alta è stata registrata nelle Marche (1,8%), quella più bassa in Trentino, in Campania e in Basilicata (0,6%).

Per tutti gli altri disturbi del cuore, la percentuale più alta si trova in Umbria (5,0%) e quella più bassa in Puglia (2,5%).

 

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NERVO SCIATICO

Cos'è la sciatica?

 

www.my-personaltrainer.it/benessere/sciatica.html

 

Il termine "sciatica" è largamente utilizzato nel linguaggio comune per esprimere un dolore che s'irradia lungo l'intero nervo sciatico, dalle sue radici alle estremità.

Più precisamente, la sciatica è chiamata sciatalgia in riferimento all'infiammazione del nervo sciatico.

La dolorabilità sciatica viene percepita soprattutto sulla parte bassa della schiena, sui glutei e sulla gamba, spesso a seguito di un trauma od una pressione diretti sullo stesso nervo sciatico. 

Oltre al dolore, il quadro clinico originato della sciatica viene completato da una serie di sintomi secondari,

quali: debolezza muscolare, formicolii alle gambe e difficoltà più o meno marcata nel controllare i movimenti degli arti inferiori.

LE CAUSE PRINCIPALI

 

Esistono numerose varianti di dolore sciatico, differenziate in base all'agente eziologico che vi si pone alle origini. 

In generale, la sciatalgia è frutto di una compressione a carico dei nervi lombari L4/L5 o sacrali S1, S2 ed S3. In altre occasioni, la sciatica è espressione di una lesione traumatica del nervo sciatico.

La sciatica viene ribattezzata radicolopatia lombare quando il dolore dipende dalla compressione di una radice dei nervi dorsali. In simili frangenti, le cause imputate sono:

 

 

La sciatica è una condizione dolorosa spesso riferita dalle donne durante la gravidanza (fase avanzata). In tal caso, la sciatica può esser conseguenza della compressione esercitata dall'utero sul nervo sciatico.

 

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PORRI E VERRUCHE

I porri e le verruche

 

Cosa sono le verruche e i porri e come si presentano? 

Quelle piccole escrescenze che compaiono su mani e piedi sono di origine virale e non sono pericolose per la salute,

 ma possono essere molto fastidiose. 

http://donna.fanpage.it/

 

Come riconoscere le verruche o porri

 

Le verruche si sviluppano principalmente su mani e piedi ma possono colpire anche altre parti del corpo come: gomiti e ginocchia. 

Cambiano di aspetto in base a dove sono localizzate: possono essere filiformi, piatte, rilevate. 

 

Verruche comuni (dette anche porri)

hanno una superficie non regolare e un colore grigio-giallastro. 

Quando si sviluppano nella zona intorno alle unghie delle mani, hanno forma simile ad una lenticchia, e hanno un colore che va dal grigio al marrone, in base alla quantità dei punti neri presenti all'interno.

 

 

Verruche plantari: 

 

Crescono sulla pianta del piede e, quello che si nota, è come un piccolo foro con attorno pelle ruvida. 

Spesso sono scambiate per calli e, rispetto alle verruche comuni sono più morbide anche se, data la zona possono risultare fastidiose.

 

                     Le  terapie

 

La più diffusa terapia locale é l’applicazione locale di neve carbonica o azoto liquido (Crioterapia), anche se spesso è necessario ripetere più volte l’applicazione.

Spesso il paziente ricorre ad acidi o sostanze caustiche con scarsi risultati se non usati in maniera corretta.

Molto usata è la diatermocoagulazione, che però può lasciare cicatrici. E’ sicuramente da sconsigliare, per lo stesso motivo e per le probabili recidive, l’intervento chirurgico.

 

              Trattamenti Laser

 

I trattamenti laser utilizzati per la cura delle verruche sono due: il Laser CO2 che può essere usato con successo, ma è sempre possibile un residuo cicatriziale,

oppure il Dye Laser, che è un particolare tipo di Laser pulsato a colorante che distrugge, con un trattamento che non ha bisogno di anestesia e senza lasciare cicatrici od avere effetti collaterali,

in maniera selettiva, soltanto i vasi sanguigni anomali che provvedono al nutrimento delle cellule infettate dal virus senza danneggiare il tessuto adiacente.

 

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VENE VARICOSE

VENE VARICOSE (VARICI)

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L' Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le vene varicose (o varici)

come delle dilatazioni abnormi e sacculari delle vene,

soprattutto degli arti inferiori, che spesso assumono un andamento tortuoso.

 

Esse rappresentano una patologia frequente ma generalmente ben sopportata, per cui comunemente il paziente adotta spontaneamente rimedi come il riposo con gambe sopraelevate,

calze elastiche, massaggi con opportune pomate. Solo in rari casi quindi le vene varicose giungono all'attenzione del medico.

Solamente l'1,1% dei maschi ed il 2,2% delle femmine vengono ricoverati per intervento chirurgico alle varici degli arti inferiori. Le sedi più frequentemente colpite sono rappresentate dalle vene superficiali degli arti inferiori.

 

L' organizzazione Mondiale della Sanità definisce le vene varicose (o varici) come delle dilatazioni abnormi e sacculari delle vene, soprattutto degli arti inferiori, che spesso assumono un andamento tortuoso.

Esse rappresentano una patologia frequente ma generalmente ben sopportata, per cui comunemente il paziente adotta spontaneamente rimedi come il riposo con gambe sopraelevate,

calze elastiche, massaggi con opportune pomate. Solo in rari casi quindi le vene varicose giungono all'attenzione del medico.

Solamente l'1,1% dei maschi ed il 2,2% delle femmine vengono ricoverati per intervento chirurgico alle varici degli arti inferiori. 

Le sedi più frequentemente colpite sono rappresentate dalle vene superficiali degli arti inferiori.

                    Le cause

I  fattori che possono far sviluppare le vene varicose:

 

  • Stitichezza, che ostacola il ritorno di sangue venoso verso l'alto
  • Obesità
  • Deficienza della pompa muscolare
  • Lavoro in ortostatismo (stazione eretta) in ambiente caldo (che favorisce una dilatazione dei vasi)
  • Alterazioni delle vene presenti alla nascita (congenite);
  • Età (tra i 30 e 50 anni);
  • Sesso (femminile prevalentemente).

 

Ma la reale causa della dilatazione delle vene degli arti inferiori, tuttavia, non è ancora stata definita; esistono sostanzialmente due ipotesi per cui si ritengono responsabili,

rispettivamente, le valvole e la struttura della parete venosa. 

L'ipotesi di una degenerazione valvolare sembra oggi difficilmente sostenibile: le tecniche con ultrasuoni hanno permesso di evidenziare come i rami di alcune vene

degli arti inferiori possano subire una degenerazione varicosa anche quando si ha una buona continenza valvolare. 

 

 

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INSUFFICIENZA VENOSA

Insufficienza Venosa

                                       http://www.my-personaltrainer.it/benessere/insufficienza-venosa-sintomi-cure.html

 

L'insufficienza venosa è un disturbo patologico della circolazione, in cui le vene non veicolano le giuste quantità di sangue dalle estremità al cuore

L'insufficienza venosa può essere correlata ad alterazioni patologiche delle vene (dermatite da stasi, trombosi venosa profonda, varici)

o a sovraccarichi funzionali a cui sono sottoposte (es. linfedema, alterazioni posturali ecc.).

 

Ma quali sintomi provoca l'insufficienza venosa? 

 

I sintomi da insufficienza venosa sono piuttosto variabili: alcuni pazienti lamentano un semplice gonfiore a livello delle gambe,

mentre per altri il disturbo può diventare persino invalidante, fino a compromettere seriamente la qualità della vita.

Il quadro clinico dei pazienti colpiti da insufficienza venosa può essere contraddistinto da uno o più dei seguenti sintomi:

 

  • Comparsa di macchie scure sulla pelle
  • Crampi ai polpacci (specialmente durante il riposo notturno) → la frequenza dei dolori crampiformi compromette la qualità del sonno,
  • ripercuotendosi negativamente sulle normali attività quotidiane (sonnolenza durante il lavoro, irritabilità, calo dell'attenzione ecc.).
  • Dilatazione delle vene superficiali
  • Dolore in corrispondenza di una vena ectasica (dilatata) o varicosa
  • Edema persistente a livello dell'arto interessato → l'edema periferico tende a svanire in clinostatismo (posizione sdraiata)
  • Flebite: il 60% dei pazienti affetti da insufficienza venosa va incontro a flebite (infiammazione delle vene superficiali)

 

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EMORROIDI

Emorroidi: cause, cura

 

www.my-personaltrainer.it/emorroidi2.html

                   Cause e fattori di rischio

 

Le emorroidi sono una patologia piuttosto comune che si stima colpisca almeno una volta nella vita la quasi totalità della popolazione. Secondo altre fonti oltre 3 milioni di italiani (il 40% della popolazione adulta) soffre di emorroidi.

Il problema si manifesta con uguale frequenza nei due sessi anche se nelle donne occorre considerare i possibili rischi legati alla gravidanza.

Durante questo periodo sono infatti diversi i fattori che possono influire sulla comparsa o sull'aggravarsi della patologia emorroidaria. 

Tra i principali  vi sono:

  • alterazioni ormonali che influiscono direttamente sul  tessuto vascolare
  • effetto meccanico dovuto alla presenza del feto
  • drastico aumento della pressione intraddominale durante il parto

 

Le emorroidi insorgono prevalentemente tra i 45 ed i 65 anni e tendono ad aggravarsi con il passare del tempo.

All'origine della patologia vi sono anche fattori predisponenti come la familiarità, lo stile di vita e le abitudini alimentari.

Tra i principali fattori di rischio, il più influente è legato alla presenza di disfunzioni intestinali, come stitichezza o diarrea cronica.

Sedentarietà, sforzi eccessivi, abuso di lassativi, stazione eretta prolungata, abuso di alcol e/o nicotina ed alimentazione incongrua sono altri fattori che possono scatenare o aggravare i disturbi emorroidari.

A proposito di abitudini dietetiche è importante sottolineare che un organismo sano è perfettamente in grado di gestire qualsiasi alimento, compresi quelli considerati a rischio per le emorroidi.

Ovviamente un uso massiccio e prolungato di questi particolari alimenti potrebbe a lungo andare determinare la comparsa della malattia o di altre patologie proctologiche.

Nel caso il soggetto soffra già di emorroidi andranno invece aboliti o perlomeno limitati tutti quegli alimenti in grado di irritare la mucosa anale come peperoncino, insaccati, alcol, cioccolato e spezie piccanti.

Cure e Rimedi naturali

Per velocizzare la guarigione, si consiglia di applicare localmente creme o pomate formulate con principi attivi ad azione capillarotropa-protettiva:

 

Elicriso (Helichrysum angustifolium) → proprietà antiedemigena, decongestionante, antidolorifica

Centella (Centella asiatica) → attività capillarotrope e vasocostrittrici

Rusco (Ruscus aculeatus) → attività capillarotrope e vasocostrittrici

Amamelide (Hamamelis virgiliana) → proprietà antiflogistiche, astringenti e cicatrizzanti

Olio di jojoba (Simmondsia chinensis) → notevoli capacità antiossidanti (esercitate dalla vitamina E) ed emollienti. In alternativa all'olio jojoba, il burro di Karitè esercita le medesime funzioni

Iperico (Hypericum perforatum) → proprietà cicatrizzanti, disinfettanti e astringenti (rimedio naturale indicato in caso di emorroidi sanguinolente)

Aloe (Aloe vera gel) → proprietà antinfiammatoria, lenitiva, riepitelizzante ed astringente

Collinsonia canadensis rimedio naturale alternativo, particolarmente utile in caso di emorroidi dolorose e sanguinanti durante la gravidanza

 

 

 

 

 

 

 

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OSTEOPOROSI

Osteoporosi: 

un problema in espansione.

 

                Da Sanit.org

 

Con una popolazione di anziani in continua crescita, le ossa fragili  saranno sempre più un’emergenza nei prossimi anni, poiché significano fratture e costi enormi per gestire i pazienti che ne sono vittime.

 

Le terapie però ci sono e riducono dal 30% al 70% la probabilità di una seconda frattura, ma pochissime persone con osteoporosi le seguono.

«Neppure il 20 per cento dei pazienti con una frattura di femore riceve la terapia contro l’osteoporosi, che può ridurre moltissimo la probabilità di ulteriori eventi:

chi ha già avuto una frattura da fragilità ossea ha una probabilità cinque volte più alta di averne una seconda – spiega Maria Luisa Brandi, presidente della Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso Raffaella Becagli (FIRMO)

che ogni anno sceglie per l’Italia il tema da affrontare in occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi –. Non parliamo poi di chi ha una frattura vertebrale da fragilità: l’80% non viene neppure diagnosticata, viene scambiata per un semplice mal di schiena. 

Così non stupisce scoprire che nel nostro Paese la spesa diretta per le fratture supera i due miliardi di euro, ma la maggioranza dei costi è sostenuta per i ricoveri e non certo per i farmaci anti-osteoporosi, che rendono conto di appena il 2 per cento di questa cifra. 

A cui si aggiungono ben 12 miliardi di costi indiretti sopportati dai pazienti e dalle famiglie». Per il 2025 si stimano oltre 19 miliardi di costi diretti e indiretti connessi alle fratture, se non si invertirà la rotta dando le terapie giuste a chi ne ha bisogno.

Per farlo, un modo ci sarebbe: «Le Unità di frattura negli ospedali hanno dimostrato di essere utili ed efficienti – dice Brandi –. Non si tratta di creare nuove strutture, ma di pensare a un percorso,

inviando dagli specialisti giusti ogni paziente over 50 che arrivi in pronto soccorso con una frattura perché sia valutato e si possa decidere se è candidato a ricevere una terapia anti-osteoporosi. 

In Toscana le Unità di frattura sono già attive e abbiamo visto aumentare la sopravvivenza dei pazienti in appena un anno: non dobbiamo dimenticare,

infatti, che il 25 per cento di chi si rompe un femore muore nel giro di 12 mesi. 

Una terapia corretta cambia la storia clinica e sappiamo che circa metà dei pazienti che subiscono la frattura del femore nei mesi o anni precedenti l’evento sono incorsi in una precedente frattura da fragilità,

che costituiva un’opportunità fondamentale per la valutazione e l’intervento di prevenzione di successive fratture». 

Le Unità sono giudicate così efficaci da essere al centro dell’iniziativa Cattura la frattura dell’International Osteoporosis Foundation, che mira a crearne ovunque per ridurre il rischio di ulteriori fratture e migliorare l’accesso ai farmaci. 

Senza dimenticare l’importanza della prevenzione primaria: sarebbe essenziale non arrivare neppure alla prima frattura e per riuscirci serve uno stile di vita adeguato,

fatto di movimento regolare, svolto il più possibile all’aperto, e dieta sana con un buon apporto di calcio e vitamina D.

 

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Intestino e Depressione

Il colon irritabile predispone 

all' ansia ed alla depressione

 

 

“Un paziente con colon irritabile su dieci soffre di depressione

e quattro su dieci sono colpiti da ansia”. 

Lo dicono i primi dati di uno studio della Associazione italiana dei gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri su oltre 500 pazienti affetti da questa sindrome e in cura presso i 26 centri Aigo. 

 

Si conferma, quindi, quanto questa malattia “abbia gravi ripercussioni” sulla qualita’ di vita delle persone affette. 

 

Inoltre, emerge come ad ammalarsi di sindrome di colon irritabile siano in prevalenza donne, il 73%, con un’eta’ media di circa 40 anni”. Come spiega Marco Soncini, coordinatore dello studio e consigliere nazionale Aigo, “Lo studio analizza la situazione sia dei pazienti appena diagnosticati (49,9% dei casi osservati) sia di quelli in cura gia’ da tempo (51,1%). 

Si dovrebbe presumere che chi e’ gia’ in terapia dovrebbe avere una  qualita’ di vita migliore, ma purtroppo non e’ cosi’: infatti non emergono tra queste due categorie differenze di rilievo circa il modo in cui ogni paziente valuta la sua situazione. 

 

Tutto questo può solo indicare che le terapie oggi disponibili non sono soddisfacenti, perche’ non riescono a ridurre le loro difficolta’, controllando i sintomi della malattia”.

 

Intestino e depressione

 

In considerazione dell’importante aumento dei casi di depressione nel mondo occidentale, questa patologia è oramai una delle maggiori cause di malessere e di conseguenza anche un onere sociale importante, diventa quindi indispensabile capirne sempre meglio le cause multifattoriali e studiare nuove forme di prevenzione e supporto alla cura farmacologica.  

 

La Depressione sarà, infatti, la malattia di maggiore impatto sociale ed economico nei futuri anni, come segnalato dalle indagini statistiche dell’OMS.

 

Innumerevoli studi stanno cercando di valutare, in modo sempre più approfondito e scientificamente provato, quali possano essere nuovi obiettivi per la prevenzione e per la cura di questa malattia. 

Tra i tanti trovano ampio consenso quelli riguardanti le connessioni tra lo stato di salute dell’intestino e la composizione della flora batterica intestinale con i Disturbi dell’Umore e quelli del Comportamento.

 

La Prevezione

 

E' quindi accertato scientificamente che per evitare  queste correlazioni tra intestino e Cervello, occorre modificare la dieta nel modo più corretto possibile e se necessario occorre supportare ciclicamente con pro e prebiotici. 

Ma tutto questo può avere un significato se esiste un vero supporto  più globale di un intervento sia preventivo che di cura per la Depressione.

 

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CUORE

Cuore:

è il 'big killer' degli italiani; cresce il diabete, 3 mln i malati

 

E' il cuore il 'big killer' degli italiani: le malattie del sistema circolatorio restano infatti la prima causa di morte con 224.830 decessi (il 38,2%) nel 2009, seguite dai tumori con 174.678 decessi (il 29,7%).

 

Continua ad aumentare l'incidenza del diabete: in Italia si contano ormai tre milioni di malati. Sono i dati contenuti nella relazione sullo Stato Sanitario del Paese presentata oggi al Ministero della Salute. Tra le donne, le malattie cardiovascolari si confermano principale causa di morte con 127.060 decessi (il 42,1%), mentre i tumori rappresentano la seconda causa con 76.112 decessi (il 25,2%).

 

Tra gli uomini, la prima causa di morte è rappresentata invece dai tumori con 98.566 decessi (il 34,4%), seguita immediatamente dalle malattie del sistema cardiocircolatorio con 97.770 decessi (il 34,1%). Le malattie del sistema respiratorio in Italia sono la terza causa di morte, responsabili di 39.949 decessi (6,8%), di cui 22.329 tra gli uomini e 17.620 tra le donne.

 

I dati ISTAT, si legge nel rapporto, indicano che la prevalenza del diabete mellito in Italia è in regolare aumento nell'ultimo decennio. Risulta diabetico il 4,9% della popolazione (5,0% delle donne, 4,7% degli uomini), pari a circa 3 milioni di persone. La prevalenza del diabete aumenta con l'età fino al 19,8% nelle persone con età uguale o superiore ai 75 anni.

 

Nelle fasce d'età tra 35 e 64 anni la prevalenza è maggiore fra gli uomini, mentre oltre i 65 anni è più alta fra le donne ed è più alta nel Sud e nelle Isole, con un valore del 6,0%, seguita dal Centro con il 5,1% e dal Nord con il 4,0%. Si stima infine che siano attribuibili al fumo di tabacco dalle 70.000 alle 83.000 morti l'anno, oltre il 25% di questi decessi è compreso tra i 35 ed i 65 anni di età. Su 52 milioni di abitanti con età superiore ai 14 anni, i fumatori sono circa 11,6 milioni (22,3%) di cui 7,1 milioni di uomini (28.4%) e 4,5 milioni di donne (16.6%).

 

 

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PSORIASI

Psoriasi: che cos'è e che cosa fare

da redazione Pagine Mediche

 

                                             Che cos'è la psoriasi

 

La Psoriasi è una Patologia della pelle che si manifesta cronicamente con eritemi desquamativi. Statisticamente è dimostrato che è molto frequente (colpisce il 2-5% della popolazione), in particolare nei Paesi occidentali. Si può manifestare in persone di entrambi i sessi a qualunque età, ma più frequentemente tra l'adolescenza e i 50 anni.

 

La psoriasi non è una malattia contagiosa. Inoltre, nella maggior parte dei casi, non comporta limiti invalidanti al soggetto che ne è affetto. La presenza delle lesioni cutanee in determinate zone può però comportare imbarazzo o persino ansia e depressione. Talvolta questa patologia si lega a stati di stress. In tal caso la psoriasi diventa sintomatologia delle forme stressogene.

 

                            Segni e sintomi della psoriasi

La psoriasi si manifesta con desquamazione della pelle e apparizione di macchie rosse. Le squame possono essere di colore argento o biancastre. Le macchie di colore rosso sono solitamente rotonde e circoscritte.

Vi sono differenti tipi di psoriasi. 

La loro classificazione avviene in riferimento alla dimensione e alla forma delle macchie:

psoriasi volgare, se le macchie sono fisse e più o meno grandi;

psoriasi guttatta, se la zona è coperta da una maggiore quantità di chiazze più piccole;

psoriasi pustolosa, se sull'eritema compaiono piccole bollicine piene di pus;

psoriasi eritrodermica, che si accompagna a stati febbrili, maggiore infiammazione e desquamazione ed interessa tutta la pelle;

psoriasi che si manifesta con un dolore articolare e talvolta con osteolisi e anchilosi.

 

                                       Terapie in caso di psoriasi

 

Rivolgersi a uno specialista è indispensabile per una corretta diagnosi e per la cura più adeguata. Solitamente si fa ricorso a una Terapia farmacologia che agisca direttamente sulle chiazze.

In generale, una buona terapia per la psoriasi prevede innanzitutto la cura delle lesioni cutanee. 

Si usano farmaci a base di cortisone, catrame o di vitamina D per ridimensionare e far sparire le macchie. Tuttavia nelle forme più acute si ricorre a farmaci in associazione a terapie con raggi ultravioletti.

Purtroppo non è sicuro che la terapia elimini del tutto il problema. Le chiazze tendono, infatti, a ripresentarsi. Attualmente, con applicazioni naturali direttamente sulla zona interessata dalle lesioni, si può ottenere una totale integrità della zona stessa.

 

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Angina pectoris

Angina pectoris: sintomi e cause

 

Che cos'è l'angina pectoris

 

Il termine angina indica una manifestazione dell'Ischemia miocardica, della cui famiglia fa parte, prevalentemente conseguenza dell'aterosclerosi, caratterizzata dalla formazione di placche ateromasiche,che determinano dei restringimenti (stenosi) di diversa entità lungo le arterie. Questo comporta un ridotto apporto di sangue, e quindi d'ossigeno, e di nutrimento nelle zone irrorate dal ramo malato.

 

Segni e sintomi dell'angina pectoris

 

L'angina pectoris rappresenta il più frequente sintomo dell'aterosclerosi coronarica e si manifesta con un Dolore intenso, transitorio con regressione al riposo, di durata variabile da 5 a 15 minuti, localizzato al centro del torace, spesso irradiato lungo il braccio sinistro ma anche al destro o a entrambe le braccia. Meno frequentemente, può essere irradiato al collo, alla mandibola, alla regione epigastrica e alle scapole.

Chi ne è colpito descrive il dolore come un senso di costrizione, di peso, di compressione, meno frequentemente di bruciore.

Nella maggior parte dei pazienti, l'angina si verifica sporadicamente, in genere in rapporto con lo sforzo ed è per questo definita angina pectoris stabile

 

Una seconda forma d'angina, definita angina instabile,

 

si pone a cavallo tra l'angina stabile e l'infarto vero, comprende vari quadri clinici:

angina di nuova insorgenza

(entro gli ultimi due mesi), in cui si manifestano episodi di dolore, per lievi sforzi fisici e/o per le normali mansioni giornaliere, più protratti nel tempo rispetto all'angina stabile;

angina ingravescente

(entro gli ultimi due mesi), in cui si assiste all'aggravamento di una angina stabile preesistente con comparsa di episodi di dolore più intensi, a soglia più bassa e/o a riposo, protratti nel tempo e più frequenti;

angina post-infartuale precoce,

se si verifica a meno di 30 giorni dall'infarto miocardico acuto, di solito entro 2 settimane, con incremento repentino della gravità della Stenosi preesistente. Indica malattia coronaria in fase ancora attiva, caratterizzata da elevata incidenza di reinfarto e da alta mortalità.

 

L'angina pectoris, pur essendo meno grave dell'infarto, è caratterizzata dall'imprevedibilità ed instabilità del quadro clinico, da qui il termine 'instabile'. Essa è, infatti, espressione di uno stato di instabilità della malattia che, in assenza di terapie adeguate da effettuarsi in ospedale, può portare all'insorgenza dell'infarto. A oggi è una delle maggiori cause di mortalità nei paesi occidentali.

Cause dell'angina pectoris

 

A differenza dell'infarto, nell'angina pectoris si verifica un'ischemia miocardica temporanea (minor apporto nutritizio al miocardio) dovuta al restringimento temporaneo di un'arteria coronaria, conseguente a spasmo e/o ad un iniziale e reversibile processo trombotico.

L'infarto si manifesta, invece, quando l'occlusione dura oltre 30 minuti, determinando la morte di alcune cellule cardiache.

Le sindromi coronariche possono peraltro avere una prognosi variabile: in altri termini, alcuni pazienti hanno una bassa probabilità di eventi quali l'infarto, l'angina persistente, la morte (1-2% nei tre mesi successivi all'inizio dei sintomi).

Altri pazienti hanno un rischio di eventi del 20-30%; ed è in questi casi che le cure sono più efficaci. Di conseguenza è molto importante in fase precoce identificare i soggetti con angina grave e con patologie extra cardiache e fattori di rischio cardiovascolare associati.

 

 

 

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Il Singhiozzo

Qual è la causa del singhiozzo?I

 

Il singhiozzo è una contrazione improvvisa e involontaria del diaframma, la membrana che separa la gabbia toracica dall’addome. Contemporaneamente si chiude la glottide, lo spazio che si trova all’imbocco delle vie aeree, causando il caratteristico rumore che accompagna il singhiozzo.

 

Cause e rimedi. 

 

Le cause più comuni del singhiozzo sono reazioni dell’organismo alla distensione delle pareti dello stomaco e dell’intestino, come quella che si ha dopo un pasto abbondante o per il consumo di bevande gassate, ma anche a un calo di pressione o di ossigeno nel sangue, dal consumo di bevande alcoliche o da uno stato di eccitazione improvvisa, solo in rari casi può essere sintomo di una patologia. 

Di solito il singhiozzo dura al massimo per qualche minuto, tuttavia in alcuni pazienti (in circa uno su 100.000) il singhiozzo può continuare anche per diversi mesi, causando problemi nutrizionali ed esaurimento.. I rimedi popolari per far cessare il singhiozzo vanno dagli espedienti per fare distrarre la persona, rilassarla, per far cessare così lo spasmo, alla compressione leggera sugli occhi chiusi per far aumentare la pressione del sangue.

 

I principali fattori di rischio che possono aumentare 

la probabilità di singhiozzo sono:

 

Sesso:  

Gli uomini corrono maggiori rischi di soffrire di singhiozzo prolungato 

rispetto alle donne.

Interventi chirurgici:  

Diversi fattori connessi agli interventi chirurgici probabilmente 

fanno aumentare il rischio di soffrire di singhiozzo prolungato. 

Tra di essi ricordiamo:

 

  • anestesia generale,
  • intubazione (tubicino collocato nella gola per aiutarvi a respirare),
  • allungamento del collo, necessario durante l’intubazione,
  • distensione addominale, frequente dopo gli interventi in endoscopia eseguiti mediante piccole incisioni,
  • manipolazione degli organi interni,

 

Problemi mentali o emotivi

 

L’ansia, lo stress e l’eccitazione sembrano connessi 

ad alcuni casi di singhiozzo sia a breve sia a lungo termine.

Se il singhiozzo dura per più di 48 ore può essere causato da diversi fattori che di solito possono essere raggruppati nelle seguenti categorie ed è necessario prendere un appuntamento dal medico se il singhiozzo dura da più di 48 ore (singhiozzo incoercibile, cioè un singhiozzo persistente e continuo)

Nei casi più gravi il singhiozzo può essere causato da irritazione dei nervi frenici, i nervi che provocano la contrazione del diaframma. L’attacco dura a lungo con un ritmo molto veloce. In attesa di eliminare la vera causa di irritazione, i medici possono prescrivere calmanti per arrestare la crisi.

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Calcoli Renali

 

 

CALCOLI RENALI

I CONSIGLI DI MOVIMENTO SALUTE

Bere molta acqua

La prima cosa da fare per eliminare l’ acido urico dal nostro organismo è bere almeno due litri di acqua al giorno. 

 

Bicarbonato di sodio

Il bicarbonato di sodio può essere un valido alleato per la nostra salute. Sciogliere mezzo cucchiaino di questa sostanza in un bicchiere d’acqua

e berlo può aiutarci ad evitare la formazione dei cristalli di acido urico. 

L’assunzione di questa soluzione deve essere ripetuta più volte nel corso della giornata: prima di andare a dormire, appena svegli e ogni 4 ore tra i pasti.

 

Gli alimenti migliori per chi soffre di livelli alti di acido urico nel sangue sono cibi vegetariani prevalentemente crudi.

Carciofi e cipolla, ad esempio, sono considerati toccasana per chi soffre di questi problemi.

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